Il mio professore di Sociologia della Comunicazione diceva che un bambino, quando nasce in una casa senza libri, riceve il primo (e più grande) “No” dalla vita;
Che viene talmente segnato da ciò da necessitare una enorme volontà propria per ‘redimersi’.
Ma che, eventualmente, se destinato, se venuto al mondo con una propensione particolare verso qualcosa, ce la fa comunque.

Io gli credevo, perché nutrivo fiducia e profonda stima per lui, ma non ero totalmente conscio delle sue parole.
Parole di cui, dieci anni dopo, ho piena consapevolezza.

E ringrazio me stesso per aver coltivato le mie eterne passioni, contro chi mi diceva che, con quelle stesse passioni, sarei finito a “friggere le patatine al McDonald’s o raccogliere pomodori”.
Come se queste fossero attività disoneste, da disprezzare, di cui vergognarsi.
Enunciazioni che, già da sole, mi sono state sufficienti per classificare chi le ha pronunciate.
Ringrazio me stesso per non aver permesso a nessuno, e per nessuna ragione, di imporre la propria volontà sulla mia.
Ringrazio me stesso per non aver mai avuto paura di andare e, soprattutto, di errare e di sbattere la testa contro le varie vicissitudini, al fine di vedere le cose con i miei occhi e di esplorare le realtà con i miei sensi.
Ed i miei genitori (i miei genitori solamente), i professori che hanno alimentato la mia sete di conoscenza (e che sono stati dei veri e propri mentori per me), nonché le splendide persone (le altre possano anche andar ad ardere) di cui mi sono sempre circondato.

Oggi, mi rendo conto che ho strumenti che molti altri, purtroppo, non hanno.
E la chiave di tutto è stato continuare non solo a credere in me stesso, bensì anche nelle cose che più amo al mondo, soprattutto quando tutti gli altri, ergendosi ora a giudici, ora a tiranni (senza successo)… non l’hanno fatto.

Il mio professore aveva ragione.
Ed io sono fiero di dire che nessuno ha vinto, con la propria pericolosa ignoranza, le guerre cui ho dato vita per difendere quello che ho sempre sentito come inscindibile da me.

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